Il carcere nasce come un’istituzione totale che ha come caratteristica la perdita della libertà delle persone e, allo stesso tempo, il cambiamento dell’individuo in ogni aspetto della vita sociale, soprattutto per quanto riguarda la sfera umana e emotiva. Si tratta di una situazione di identità negata dove il detenuto viene schiacciato dalle procedure burocratiche e il mondo privato e interno viene profanato al fine di un miglior controllo, osservazione e vigilanza. Nelle istituzioni totali c’è una distinzione fondamentale fra un grande gruppo di persone controllate, e un piccolo staff che controlla, ognuno dei quali tende a farsi un’immagine dell’altro secondo stereotipi limitati e ostili. Come ridotta è la possibilità di comunicare fra un livello e l’altro altrettanto limitato è il passaggio di informazioni. In questo contesto l’identità personale subisce un profondo mutamento e all’individuo si richiede, per necessità, l’inibizione delle pulsioni e emozioni per mantenere il controllo e la sicurezza.   Per tale ragione il comportamento che emerge più frequentemente è espressione di emozioni quali rabbia, frustrazione, smarrimento, che portano presumibilmente all’aggressività, non solo rivolta all’altro, ma anche contro se stessi.  Il conflitto potrebbe essere dunque una delle risposte adattive a uno stimolo negativo provocato da tali emozioni.   Nella maggioranza dei casi si impara a vivere specularmente rispetto a ciò che si percepisce di aver subito: l’aggressività diventa un modo possibile per adattarsi all’ambiente e il carcere estremizza tale dinamica perché, più o meno consapevolmente, la incentiva proponendo un modello di riferimento che è più coercitivo che educativo. Questo non dipende solo dalla dinamica tra operatori e detenuti, ma anche e soprattutto dalla convivenza di realtà, dinamiche, culture, abitudini e stili di vita diversi che hanno tuttavia come comune denominatore vissuti di violenza più o meno espressa. L’ambiente che dovrebbe essere rieducativo si rivela effettivamente un luogo di ulteriore compressione che sfocia più facilmente in comportamenti ostili. È dunque essenziale lavorare non tanto sul conflitto già in atto quanto sulla prevenzione dello stesso.   Lo specchio è un oggetto che, per caratteristiche, è spesso legato al tema del doppio, dell’universo alternativo. Nelle credenze popolari, gli specchi, duplicando la realtà, sarebbero in grado di imprigionare l’anima nell’immagine riflessa. La connessione specchio-anima è anche all’origine di caratteristiche tipiche della conoscenza di sé: lo specchio rimanda all’occhio e alla vista, intesi soprattutto come strumento di conoscenza del mondo esteriore e interiore. Tuttavia, se lo sguardo è rivolto esclusivamente su di sé, l’autocontemplazione porta a narcisismo e vanità. Lo specchio, dunque, incarna una valenza negativa o positiva secondo i casi: in esso ci si perde e ci si riconosce, si distingue il dissimile dal simile. In questa dimensione si insinua, per costruirsi interamente, la parte sconosciuta di sé, tutto ciò che è sottratto alla conoscenza, ma di cui ognuno sente l’invisibile presenza. A volte sono gli altri ad essere come uno specchio che riflette il comportamento, i gesti, gli agiti. Non è dunque l’altro ad essere diverso o aggressivo, ma è l’immagine di noi che invita inconsapevolmente alla rabbia, alla frustrazione e inevitabilmente allo scontro. L’altro è dunque anche un mezzo importante che svela aspetti del nostro carattere che altrimenti non potremmo conoscere. Il riflesso propone all’occhio un percorso diverso, scopre angoli e, sebbene garantisca la simmetria, essa è tale che l’oggetto e il proprio riflesso non sono sovrapponibili. Nella duplicazione si insinua una dissomiglianza, e forse una duplicità.